18/11/2003
Comunicazione di Servizio
Questo blog è in via di trasferimento: lascio l'isola deserta di Clarence per la metropoli virtuale di Splinder. Le avventure del Dottor D. continuano qui.di Dottor D. at 16:56:41
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05/11/2003
Portogallo Cedrone
Come si dice in uno dei miei film preferiti, è il momento di un pezzo un pò vecchio... Cioé, un pò vecchio dalle mie parti. Si tratta di un racconto - di vita vissuta, come di consueto - che scrissi qualche tempo fa in altra sede, e che mi sembra assolutamente adatto a queste pagine. Ergo, dopo aver apportato qualche minima variatio rispetto all'originale, lo riporto qui; l'ambientazione balneare, intanto, servirà a creare l'atomsfera giusta per un argomento del quale ho intenzione di parlare nel prossimo futuro... Le mie tragicomiche vacanze di quest'anno in una certa insidiosissima isola greca.Ma veniamo alla storiella di oggi.
Seconda metà di luglio duemilaedue, da qualche parte nei soliti dintorni di Peschici, già citati in altre occasioni. Siamo nella solita discoteca con sala giochi annessa, dove il solito Dottor D., forte della sua straordinaria cultura generale, del suo intuito fuori dal comune e, soprattutto, del fatto che va in vacanza in quello stesso posto da anni e conosce ormai a memoria tutte le risposte, sta totalizzando un punteggio record alla solita versione elettronica di Trivial Pursuit, già all'origine di precedenti incontri interessanti. Un piccolo capannello di tamarri in tenuta da disco assiste all'impresa barrendo e muggendo.
A partita conclusa, il branco di coatti si disperde. Rimane soltanto una graziosa fanciulla - alta, formosetta, lunghi capelli castani, età apparente venti - ventidue anni - che si presenta al nostro eroe rimirandolo con sguardi carichi di stima. Il Dottor D. attiva subito la modalità Abbordaggio, con relativo sorrisone abbacinante.
Dialogo. Lei è indigena e si chiama Carmela; vabbè, nessuno è perfetto. Il Dottor D. dà fondo al suo repertorio umoristico più terra terra, con risultati promettenti. Le distanze si accorciano, il sorrisone da abbordaggio si allarga. Ad un certo punto, però, lei fa:
"Mentre giocavi ti ho visto rispondere con particolare disinvoltura alle domande sulla mitologia greca e romana. Hai fatto il Liceo Classico?"
Al che il Dottor D., menandosela a più non posso:
"Oh, sì, ho fatto il Classico. Anche tu hai fatto il Classico?"
Lei:
"A dire il vero lo sto ancora facendo."
Attimo di silenzio perplesso.
Poi il Dottor D. azzarda:
"Ripetente?"
E lei:
"Ho sedici anni."
Nella sua testa, il Dottor D. si vede mentre la polizia pugliese lo conduce in carcere.
Stacco.
Inizi di agosto dello stesso anno. Siamo a Nazarè, la Rimini portoghese; nel dettaglio ci troviamo a Sitio, distaccamento di Nazarè che si trova su una specie di altopiano a strapiombo sul mare, ed è raggiungibile solo mediante una funivia centenaria. Il Dottor D., vestito da turista - con tanto di maglietta della nazionale portoghese e cappellino da baseball coi colori del Portogallo - è fuori dalla pittoresca Chiesa della Misericordia. Da bravo gitante qual è, legge e rilegge sull'apposita guida Touring la storia dell'edificio, le sue caratteristiche architettoniche, le vicende personali dei costruttori fino alla terza generazione e così via. Quando ritiene di essersi acculturato a sufficienza, entra.
Mentre ammira l'altare in stile manuelino innalzato nel sedicesimo secolo da re blablabla, il Dottor D. nota che dietro di lui hanno fatto il loro ingresso nella chiesa due ragazze. Pelle scura tipo abbronzatura perenne, capelli corvini, tratti latineggianti: è chiaro come il sole che si tratta di fanciulle del posto. Una è carina e ha l'aria socievole, l'altra è bella come una diva del cinema. Il Dottor D., alquanto laido, ripone in fretta e furia la guida Touring e si avvicina alle due, chiedendo con fare finto sprovveduto quale sia il nome dell'edificio nel quale si trova. Le pulzelle rispondono in un inglese impeccabile; il che è strano, perché i portoghesi non sono molto poliglotti. Una delle due, gentilissima, esce apposta dalla chiesa per informarsi, e torna riferendo al Dottor D. una messe di dati che in realtà lui conosce già a memoria. Poi il nostro eroe, furbo come una volpe, dirotta la conversazione su altri argomenti.
"Parlate un inglese eccezionale, per delle portoghesi."
"Questo perché non siamo portoghesi. Veniamo da Ontario, Canada"
. Perplessità e stupore del Dottor D., che comunque non è animato da alcuna forma di razzismo verso le canadesi. Segue tristissima battuta a tema sul Bigfoot, che però le due fanciulle sembrano apprezzare. Salta fuori che quella carina si chiama Jessica - molto meglio di Carmela - e quella bella Kela; inevitabile gag sul fatto che Kela, in italiano, significa the hand of the crab. Risatine delle ragazze, ritorno del sorrisone da abbordaggio, intima soddisfazione del Dottor D. che già si vede passare la notte in una canadese, non intesa come tenda.
Giunge quindi il momento di accorciare le distanze.
Dottor D.: "So che da queste parti c'è un monumento a Vasco de Gama - fonte: la solita guida del Touring, n. d. r. - e vorrei vederlo. Mi accompagnate?"
Jessica: "Ci piacerebbe, ma non possiamo. I nostri genitori ci aspettano qui fuori."
Attimo di silenzio perplesso.
Poi il Dottor D., memore del caso Carmela, chiede:
"Quanti anni avete?"
"Quattordici" risponde Jessica.
Nella sua testa, il Dottor D. si vede mentre le Giubbe Rosse canadesi lo conducono in carcere.
Esisteranno ancora, da qualche parte, delle ragazze appetibili, single e maggiorenni???
di Dottor D. at 15:42:46
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21/10/2003
La Verità Definitiva Sugli Uomini e Sulle Donne
Qualcuno, forse, leggendo la storia di C.D.T. potrebbe chiedersi se io non abbia omesso qualche dettaglio chiave della vicenda, qualche elemento utile a spiegare l'altrimenti inspiegabile metamorfosi della ragazza. Giuro su quanto ho di più caro al mondo - cioé la mia collezione di Playboy d'annata - di aver raccontato la verità, tutta la verità, nient'altro che la verità; la scomparsa di C.D.T. fu proprio repentina e inattesa come ho descritto. Ma il fatto che quest'improvviso cambio di fronte non abbia avuto una causa razionale non significa che non abbia avuto una causa. La condotta di C.D.T., apparentemente illogica, acquista senso alla luce della peculiare condizione dell'afforese:la condizione femminile.
Spesso si sente dire che la comprensione dei processi mentali di una donna, soprattutto per quel che riguarda l'ambito sentimentale, sarebbe oltre la portata dell'ingegno maschile. Balle oscurantiste, luoghi comuni retrogradi! Oggigiorno, dopo secoli trascorsi a cronometrare due di picche e a dissezionare cadaveri di relazioni, la moderna femminologia è in grado di determinare con buona approssimazione le meccaniche dell'encefalo donnesco. Orsù, salite a bordo del minisommergibile esplorativo del Dottor D. - batterie non incluse - e preparatevi a un viaggio allucinante nel cervello dell'uomo e in quello della donna; un viaggio volto a rivelarvi, finalmente, le vere differenze che separano le due specie.
Fidatevi, ne uscirete migliori.
L'Uomo.
Gli uomini sono creature grezze e superficiali; la loro visione della vita è semplice, pressoché schematica. Per un uomo esistono solo due categorie di donne:
1 - quelle che gli piacciono, e che di conseguenza si vorrebbe fare;
2 - quelle che non gli piacciono, cioé quelle che, di norma, si fa quando scopre che quelle che gli piacciono non ci stanno.
E' ovvio che questa generalizzazione, come tutte le generalizzazioni, nasconde sotto di sé una selva di sfumature e di finezze. L'uomo, benché grezzo e superficiale, non è una bestia: anche lui ha i suoi gusti e le sue preferenze. Nella categoria di quelle che gli piacciono ci sono donne che sposerebbe e donne con le quali vorrebbe cavalcare una sola notte; allo stesso modo, nella categoria di quelle che non gli piacciono ci sono donne che lo ripugnano e donne che lo lasciano indifferente. Ma quando una donna gli piace, un uomo come minimo vorrebbe farsela. E' matematico.
La Donna.
Le donne non sono grezze e superficiali; le donne sono superficiali in maniera molto più complicata. Per una donna esistono non due, ma tre categorie di uomini:
1 - quelli che le piacciono, in genere una sparuta minoranza;
2 - la massa di quelli che non le piacciono, individui della cui esistenza la donna è a malapena conscia, nella migliore delle ipotesi;
3 - quelli che io amo indicare come cicisbei.
Dal punto di vista della donna, un cicisbeo è un individuo che ha affrontato il test d'ammissione per entrare nella categoria di quelli che le piacciono, ma è stato respinto. Già il fatto di essere stato preso in considerazione per accedere alla cerchia degli eletti, tuttavia, costituisce un elemento di merito; per questo il cicisbeo, agli occhi della donna, non appartiene comunque alla nutrita schiera degli ignorabili. Quella del cicisbeo è un'infelice posizione limbica: con lui la donna è disposta a flirtare, anche pesantemente, ma non ad arrivare al dunque. Il cicisbeo è un maschio che le piace, ma non abbastanza da combinarci qualcosa.
Questo, of course, non ha alcun significato nella prospettiva dell'uomo. Per gli uomini non esiste il non abbastanza: se a un uomo piace una donna, come abbiamo visto, se la vuole fare. Non è detto che voglia impalmarla, ma almeno vuole farsela. Pertanto l'uomo, come tutti gli esseri primitivi davanti a ciò che non comprendono, resta disorientato quando gli capita di imbattersi in una donna che gli invia segnali positivi, ma si ritrae al momento di concretizzare. Quel che per le donne è perfettamente naturale, per gli uomini è inconcepibile: ne conseguono incomprensioni, sofferenze e liti.
A volte, non si sa se per ipocrisia o ingenuità, le donne chiamano i cicisbei "amici."
Per domani, da pagina quarantadue a pagina novanta del manuale.
di Dottor D. at 23:19:17
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13/10/2003
Afforismi
A causa di una lunga malattia - fortunatamente non mia, ma del mio ex disastrato PC - unita a un acuto attacco di un'altra patologia, non meno grave della suddetta e identificabile con il nome scientifico di "voglia di non fare una mazza", sono stato costretto a rimanere lontano da queste pagine per circa tre mesi. Adesso, però, sono tornato: potete smetterla di sniffare bloggucci all'acqua di rose, e ricominciare a iniettarvi in vena la roba del Dottor D.!Riassunto delle puntate precedenti: sulle assolate coste pugliesi un ragazzo incontra una ragazza, il ragazzo si innamora della ragazza, il ragazzo viene messo fuori gioco da un incidente alla Final Destination proprio quando sta per dichiararsi alla ragazza. Insomma, una storia d'amore come mille altre. E come mille altre storie d'amore, malgrado l'inizio scoppiettante, è destinata a concludersi in modo assai squallido.
A proposito di squallore: chi risiede a Milano e dintorni sa a cosa mi riferisco quando parlo di Affori. Liquidare Affori come un quartiere periferico a nord del capoluogo lombardo sarebbe parziale e ingeneroso. Affori, in realtà, è un posto nel quale si potrebbe girare l'ennesimo capitolo della saga postatomica di Mad Max senza spendere un centesimo in scenografie: fossili d'automobile incrostati di ruggine, palazzoni industriali dalle orbite cieche, binari di tram preistorici abbandonati da millenni contribuiscono a rendere unico e suggestivo il paesaggio di questa pittoresca frazione, ultimo baluardo meneghino prima della brumosa tundra padana. Come Parigi dà il suo meglio in primavera, così Affori tocca l'apice del fascino nelle notti d'inverno, quando la leggendaria nebbia milanese cala sui suoi stradoni semideserti, e torme di lupi metropolitani inseguono ululando il Cinquantadue Barrato. Ma l'Affori Boulevard non manca di stupire anche in estate: è sempre un piacere passeggiare tra le sue carcasse metalliche arroventate dal solleone.
E' proprio nell'Affori di fine estate, tra le salubri esalazioni dell'asfalto fuso, che prosegue la nostra storia.
Personalmente, adoro Affori. Sarà che nutro una perversa e masochistica passione per il degrado urbano - per me la fermata del metrò di Villa Fiorita, sulla Linea Due, è più bella della Nike di Samotracia - o sarà che a Affori viveva, e vive, la tanto bramata C.D.T., colei per la quale all'epoca di questa vicenda stravedevo. D'altronde la stessa C.D.T. era, ed è, una creatura dall'avvenenza controversa, picassesca, un pò postmoderna: niente di più adatto a lei, quindi, di una residenza a Affori.
Dopo il mio ritorno a Milano, al rientro dalla fatale vacanza garganica, per qualche giorno mi astenni dal contattarla. A trattenermi, oltre alla mia deleteria propensione ai tentennamenti, furono le condizioni del mio occhio destro in seguito all'incidente di Peschici: non volevo che C.D.T. mi vedesse ridotto come Sylvester Stallone alla fine di Rocky IV. Aspettai, quindi, che la mia arcata sopraccigliare tumefatta si riassorbisse prima di aprire le metaforiche danze.
Non appena ebbi recuperato il mio solito aspetto - un miglioramento modesto, ne convengo - andai a trovare C.D.T. nella sua dimora afforese. Non l'avevo avvertità del mio arrivo e lei, poco amante delle sorprese, rimase alquanto disorientata dalla mia apparizione; ma nel contempo mi parve che fosse contenta di rivedermi. Di più: ebbi la netta sensazione che l'affinità tra di noi, già germogliata in sede balneare, stesse cominciando a sviluppare solide radici. Perfino i suoi difetti si incastravano alla perfezione con i miei: era intelligente ma superficiale, sensibile ma fatua, spiritosa ma suscettibile. Non accadde nulla, non ci fu neanche l'ombra di mezzo bacetto, ma quando uscii da quella casa trasudavo entusiasmo. Fluttuando a una certa distanza dal marciapiede percorsi l'asse via Pellegrino Rossi - via Imbonati, spina dorsale di Affori; ero tentato di mettermi a ballare con gli spacciatori agli angoli di strada, come Bjork in quel famoso video. Le auto - dormitorio dei barboni sfolgoravano al sole come monumenti bronzei all'allegria, i cartelli stradali ammaccati si inchinavano reverenti al mio passaggio. Se scrivo che ero tanto contento, tanto carico, tanto pieno d'energie da percorrere a piedi il tragitto tra Affori e casa mia, che si trova dalle parti di Lambrate, solo i milanesi DOC capiranno davvero cosa intendo.
Fu l'incipit della storia d'amore più platonica dai tempi di Platone. Tutto si poteva dire di C.D.T., tranne che non fosse precisa: ci vedevamo esattamente un weekend su due, ci sentivamo al telefono ogni domenica sera alle otto e lei, con esattezza svizzera, mi scriveva un'E-mail ogni due giorni. In effetti la nostra frequentazione si svolse soprattutto in forma di carteggio: una cosa d'altri tempi, se solo al posto della penna e del calamaio non ci fossero stati degli impulsi elettronici. Nei suoi messaggi, sovente chilometrici, C.D.T. mi rovesciava addosso i dettagli della sua esistenza di studentessa universitaria; io rispondevo - se capitava che non rispondessi, ma era raro, C.D.T. s'infuriava - vezzeggiandola in modo più o meno spudorato. Lei apprezzava esplicitamente i miei sforzi e, di volta in volta, mi esortava in maniera neanche tanto velata a rincarare la dose; quando poi uscivamo insieme, sempre su sua richiesta, era matematico che il mattino successivo avrei ricevuto un "grazie, sono stata tanto bene" via SMS o posta elettronica.
Insomma, forse io tendo a peccare d'eccessivo ottimismo, ma i segnali positivi c'erano tutti. Certo, magari la fase della concretizzazione del risultato tardava a sopraggiungere, ma confidavo nel fatto che fosse solo una questione di tempo. Una ragazza non ti fa gli occhi dolci se poi non ha intenzione di concludere, no? Ah, ero proprio il campione del mondo di ingenuità.
Un giorno C.D.T. sparì.
Lo so, è una svolta narrativa un pò brusca; d'altronde questa è una storia vera, quindi imperfetta. Non ci fu alcuna litigata, non feci neanche in tempo a provarci: all'improvviso, senza apparente ragione, C.D.T. decise che di me non voleva più neanche sentir parlare. Non rispondeva alle E-mail, ignorava gli SMS, si faceva addirittura negare quando le telefonavo a casa; così, di punto in bianco, come si suol dire. Provai a interpellare sull'argomento G.P., che se ben ricordate era l'amica alcolista di C.D.T., ma nel nome della solidarietà femminile ricevetti solo risposte fumose e poco convincenti.
Il periodo che seguì - e con la parola "periodo" intendo nientepopodimeno che un intero semestre - fu il contrario di felice, per me. Un celebre adagio assicura che il tempo è in grado di lenire ogni ferita, ma non precisa quanto ce ne voglia; nell'arco di sei mesi, durante i quali non ebbi più alcun contatto con C.D.T., la mia malinconica ansia da abbandono non scese mai sotto il livello di guardia. Oggi, peraltro, non so se sarei ancora capace di soffrire per una donna con tanta pervicacia e professionalità. Forse sono diventato più freddo, o più furbo.
Ad affliggermi, in particolare, era il pensiero che C.D.T. fosse fuggita a causa di qualche mio errore strategico: per qualcosa che avevo detto, o fatto, o non detto, o non fatto. Avrò ripercorso mentalmente le fasi della nostra storia mai nata un fantastiliardo di volte, in cerca di una causa scatenante che potesse spiegare la subitanea ripulsa di C.D.T. nei miei confronti. Gli innamorati respinti commettono spesso l'errore di credere che dietro alle scelte dell'oggetto dei loro desideri ci siano delle meccaniche razionali. In realtà, come insegna il mito omonimo, Amore e Psiche possono convivere solo finché rimangono l'uno all'oscuro dell'altro.
Forse vorreste che questa storia avesse un finale, magari anche triste, ma comunque all'altezza del suo svolgimento. Ma, ribadisco, è una storia vera; dunque, zoppa. In breve, trascorsi i sei mesi di sofferenze, accadde che io e C.D.T. ci rivedessimo e ricominciassimo a comunicare. I miei sentimenti nei suoi confronti erano immutati, e sembrava che anche per lei non fosse cambiato nulla; anzi, non menzionò mai la nostra rottura e le relative cause, nè io ebbi il coraggio di interrogarla su quel punto. Semplicemente riprendemmo a scriverci, telefonarci e vederci come sei mesi prima; cioè con l'assiduità e i toni di una coppia, ma senza le relative gratifiche di natura erotico - sentimentale. Alla fine, esasperato, feci quello che fanno gli sfigati in situazioni come queste: le mandai una lettera.
Non un'E-mail, eh! Una lettera vera, di quelle che si spediscono infilandole nelle cassette della posta. A scriverla ci impiegai tre giorni, ma il concetto di fondo era "quando sono con te, la vita mi sembra sensata." Vi sembra comico? Anche a me. Allora, però, m'era parso di essere soltanto sincero.
Lei, da ragazza moderna qual è, replicò via posta elettronica. Una riga: "Per me sei solo un amico." Seguirono altri mesi di silenzio radio e di pene wertheriane; poi l'ennesimo, ambiguo riavvicinamento tra me e C.D.T. Indi, un mattino, mi alzai dal letto e realizzai che, per quanto mi riguardava, C.D.T. era diventata una tra le tante. L'amore, prima o poi, finisce; perfino quello non ricambiato.
Fine della storia.
Benché la conclusione della vicenda di C.D.T. risalga a poco più d'un annetto fa, mi appare già lontana nei secoli. E' una stranezza, ma anche una fortuna, che cose e persone in grado di sconvolgerci la vita vengano poi dimenticate con tanta facilità, quando il flusso degli eventi le travolge. Per C.D.T., ormai, non riesco neanche a provare rancore; e questo, cavoli, un pò mi dispiace. Un amore, specie se unilaterale, dovrebbe ricevere degna sepoltura nella rabbia e nell'odio, invece di avvizzire e spegnersi come un novantenne in ospizio.
Ma questo, d'altronde, è l'Affori style.
di Dottor D. at 01:30:47
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16/07/2003
Il Dottor D. Contro la Donna Giraffa
Il Mostro della Laguna Blu non era che un misero prequel, un antipasto di pesce in attesa del piatto forte: sulle selvagge e inesplorate coste garganiche mi sono imbattuto in forme di vita ben più bizzarre e insidiose.Ora chiudete gli occhi - metaforicamente, sennò come fate a leggere? - e grazie ai prodigi della vostra fantasia ad alta definizione lasciatevi alle spalle lo squallore della quotidianità. Volate indietro nel tempo, fino a un passato lontano che forse tanto lontano non è; un'epoca epica e omerica, un'era eroica fatta di galee a remi ancorate presso le rive di remoti reami, e poco importa che nel nostro caso le galee siano pedalò e il reame sia la Puglia. Avrete così modo di constatare con i vostri occhi - sempre metaforicamente, per carità - quanto quel mondo distante, appena visibile oltre le nebbie del mito, finisca comunque col somigliare al nostro; seguirete le disavventure del sottoscritto, novello Ulisse dei derelitti, in una vicenda che non esito a definire mitologica.
Almeno nelle premesse. Dalle parti del finale, ahimè, quella squallida e grigiastra quotidianità alla quale accennavo poc'anzi tornerà a reclamare il suo tributo; ma così è la vita.
1 - La Sfinge
Correva - si sa che il tempo fugge, e di corsa - l'anno 2000. Dal fatidico triplo zero era chiaro che si sarebbe trattato di un anno cruciale per tutti; quindi, perché non per me? In effetti la prima metà del primo anno del terzo millennio - o l'ultimo anno del secondo millennio? Mai capito - era già stata eccezionalmente densa di eventi per i miei standard, come abbiamo già visto e in futuro vedremo ancora. Ma non potevo immaginare le sorprese che aveva in serbo per me la seconda metà di quell'anno fatale. Sorprese belle o brutte? Giudicherete voi.
Agosto del 2000, per l'esattezza; inizio di agosto del 2000, per essere ancora più precisi. Come ogni anno dal 1996 a quella parte, mi trovavo presso la stessa spiaggia e lo stesso mare, ossia all'altezza dello sperone di quello stivale da cowboy che è l'Italia.
Ho parlato in altra sede del rapporto problematico che mi lega all'estate. Non sono un tipo da spiaggia, anche se mi piacerebbe: malgrado il mio fisico statuario - per motivi legali devo avvertirvi che il mio fisico potrebbe non essere davvero statuario - le attività di aggregazione tipicamente balneari come la beach volley e il surf non sono né i miei cavalli, né i miei cani, né i miei criceti di battaglia. Per fortuna, perfino in ambito spiaggesco, esistono occasioni di socialità che non implicano l'impiego dei bicipiti.
Nella mia tradizionale località di villeggiatura, a lato dell'unica discoteca locale, sorgeva e sorge una macchina meravigliosa, un automa sapiente in grado di proporre infiniti quesiti per il sollazzo di chicchessia: una versione elettronica del Trivial Pursuit, il celeberrimo gioco di domande e di risposte. A ogni ora della sera, ma soprattutto dopo la chiusura della discoteca - cioè verso le due del mattino - intorno al miracoloso aggeggio si radunavano folle oceaniche di villeggianti under 30. Uno dei presenti affrontava la sfida, misurandosi con gli enigmi di geografia, storia, spettacolo, scienze, arte & letteratura e hobby & sport proposti dal monolito digitale; tutti gli altri giovinastri vacanzieri ivi raccolti belavano suggerimenti, levavano peana da stadio, svolgevano attività disturbatorie e in generale rumoreggiavano, rendendo vieppiù difficoltoso il cimento dell'Edipo di turno. La maggioranza della popolazione locale era formata da tamarrosauri comuni della specie Tamarrus Abilis, più versati nel cacciare mammuth e nel domare scooter che nel risolvere indovinelli; fu più grazie alla modesta concorrenza che ai miei effettivi meriti, quindi, se emersi come campione di Trivial.
Nel regno dei ciechi, dice il proverbio, l'orbo è re; la tribù dei villeggianti un re ce l'aveva già, nella persona di un terrificante romanaccio, relativamente simpatico malgrado il credo politico nazistoide. Ma quando il re in questione s'avvide della mia superiorità trivialistica sulla massa del volgo - e considerate che ormai il Trivial Pursuit era diventato una sorta di culto, una specie di totem a gettoni - fui eletto stregone tribale senza che nessuno osasse contestare l'investitura. A me spettava l'onore di stare alla destra del re durante le lunghe sessioni notturne di Trivial; a me, e solo a me, il monarca esponeva le sue teorie revisioniste e filohitleriane sulla Seconda Guerra Mondiale, davanti alle quali facevo buon viso a cattivo gioco; a me si rivolgevano i membri del clan in cerca di risposte su tutto, dal moto degli astri ai misteri degli oceani, passando per gli arcani motivi che hanno spinto l'Algida a fabbricare un Calippo alla Coca e non uno alla Fanta. Incedevo nel rispetto della comunità intera; lo devo ammettere, di estati più belle non ne ho mai passate.
2 - Le Sirene
Tra le genti che accorrevano ogni notte ad adorare il Dio Trivial c'era un gruppetto di giovani vestali, neanche ventenni. Codeste fanciulle, quattro in tutto, spiccavano tra la folla degli adoratori perché 1) erano passabilmente carine; 2) si diceva che almeno tre su quattro fossero single; 3) in generale, erano femmine, e si sa che d'estate non si va tanto per il sottile. A proposito, fateci caso: anche qui, come nel corso della mia famigerata vacanza ligure, le ragazze erano in numero di quattro. Si vede che le donne, nei periodi estivi, usano migrare in quartetti. Quella puntata di Quark devo averla persa.
Molti, comunque, gettavano occhiate bramose alle belle straniere. Anch'io, sotto il piglio imperturbabile che m'imponeva il mio ruolo di Sommo Sacerdote, tenevo sotto stretta sorveglianza la quaterna di pollastre. Mi auguravo che la mia condizione di uomo potente e riverito, unita al fatto che le quattro apparivano assai meno tamarroidi e assai più civili del circondario, favorisse una qualsivoglia forma di approccio.
E infatti.
Un giorno una delle quattro giunse al mio cospetto e, non proprio con queste parole, mi disse:
"Rabbì, il mio nome è C.D.T., e sono venuta a invocare la tua presenza. La mia consorella S.F. desidera ardentemente conferire con te in privato."
Io, non proprio con queste parole, risposi:
"Và, annuncia a S.F. la buona novella: stanotte, come desidera, io conferirò con lei."
A dire il vero, a un esame superficiale, avrei preferito conferire in privato con la stessa C.D.T.; ma nella bocca di caval Donato non si guarda, e comunque questa S.F. che mi veniva offerta, per definirla con una circonlocuzione poetica, aveva delle belle tette e un'espressione da gran maiala. Mi appariva chiaro, infatti, che S.F. poteva essere animata solo da intenzioni erotico - sentimentali nei miei confronti: cos'altro può volere da te una ragazza che, pur non conoscendoti affatto, manda una sua amica a dirti che ti deve parlare?
Mi preparai a subire violenza carnale in spiagga, sul retro del bar, come imponevano i riti sessuali del posto. Ero un pò emozionato.
L'emozione, lo confesso, trascolorò in delusione quando scoprii che S.F. cercava solo qualcuno al quale chiedere consiglio: aveva un fidanzato lontano col quale intratteneva una burrascosa relazione telefonica, e io le ero sembrato un tipo adeguato per fornirle delle dritte. Insomma, era in cerca di una migliore amica di sesso maschile. Che cosa ho scritto più volte? Nel mio sangue non c'è testosterone. Le donne, a naso, se ne accorgono.
Da lì a diventare la mascotte del quartetto muliebre, il passo fu fin troppo breve. Da sciamano a barboncino da compagnia; sul piano del prestigio era un bel tracollo, ma a livello strategico mi ritrovavo in una posizione favorita per predare le quattro puelle. O almeno così credevo.
Questa storia parla solo di una delle quattro, ma per amor di completezza mi concedo un breve excursus sulle altre tre.
1) C.L., non intesa come Comunione e Liberazione, leader del gruppo. Svolgeva la mansione di capo con un filino di dispotismo, tanto che le sue sottoposte, di nascosto, la soprannominavano Fidel, in riferimento a un altro leader di nome Maximo. Era ed è l'unica delle quattro con la quale non sono mai riuscito a entrare in confidenza, e mi dispiace perché, tanto per usare un'altra circonlocuzione poetica, C.L. era ed è una bella gnocca.
2) G.P., non intesa come Gran Premio; una ragazza molto graziosa e gradevole, quand'era sobria. Cioè, quasi mai. Curiosità: oggi studia per diventare biologa marina. Niente di più adatto, per una che quando l'ho conosciuta beveva come una spugna.
3) S.F., colei che aveva involontariamente titillato, illuso e deluso i miei bassi languori. Trattasi di soggetto femminile dalle caratteristiche psicologiche così peculiari e fantascientifiche - io me ne sarei accorto soltanto alcuni mesi dopo - che sarebbe un delitto liquidarla qui, in due parole. Me ne occuperò per esteso in un altro momento.
E poi, 4), c'era C.D.T., la portavoce, quella che mi aveva avvicinato per prima. C.D.T., C.D.T., C.D.T.
3 - Calypso!
La fisiognomica insegna che ogni essere umano, a esaminarlo con attenzione, somiglia a un animale.
C.D.T., anche senza esaminarla con attenzione, era una giraffa.
Una leggenda africana racconta che uno degli aiutanti di Dio, dopo aver trascorso una giornata a oziare, al tramonto cercò di rimettersi in pari col lavoro assemblando in fretta e furia una nuova bestia, composta di parti anatomiche a casaccio. Fu così che nacque quella bizzarra creatura, nel contempo abnorme e armoniosa, nota ai più come giraffa.
Anche C.D.T., come le giraffe, poteva apparire elegante o sgraziata, sublime o malriuscita, regale o ridicola a seconda del momento, delle angolazioni, dei gusti di chi l'osservava.
Tra le sue amiche, a guardarla con gli occhiali dell'oggettività, era forse la meno carina.
Molto alta, sul metro e 75. Molto magra. Molto ricercata nel vestire. Chiome di un sospetto biondo sintetico. Occhioni blu. Nasone tipo pinna dorsale di pescecane. Niente tette, niente fianchi, niente forme femminili.
Nel modo più assoluto, non era il mio tipo.
Mi faceva impazzire.
Credo che l'innamoramento sia germogliato quando, durante il nostro primo dialogo di una certa estensione, lei mi chiese di parlarle di me. Ci avete fatto caso? E' raro che la gente ti chieda una cosa del genere. Tutti, di norma, vogliono solo parlare di sè stessi. S.F. si era comportata così: mi aveva rovesciato addosso gli affari suoi per ore e ore, lasciandomi a malapena qualche raro spazio d'intervento. La maggior parte della gente - e soprattutto la maggior parte delle donne - non cerca un interlocutore; solo un pubblico.
A C.D.T., invece, interessava davvero sapere chi fossi. Era una di quelle rare persone mosse da un'autentica, genuina curiosità nei confronti del mondo circostante. Parlami di te, mi disse; una cosa piccola che mi colpì enormemente.
Da allora, per quanto mi riguardava, fu tutta un'excalation di infatuazione. Ad ogni nuovo aspetto di lei che veniva alla luce, io mi convincevo sempre di più che fosse la mia anima gemella; ma gemella siamese. C.D.T., fanatica di film horror da due soldi; C.D.T., che in spiaggia sfoggiava un costumino argenteo da hostess dell'Enterprise prima maniera. In capo a una settimana, non ridete, ero già perso in un'orgia di fantasie a base di fiori d'arancio.
Si trattava di una sensazione inedita, per me. Guglielmo da Baskerville, nel Nome della Rosa, dice di essersi innamorato spesso di Aristotele e di Platone, ma mai di una donna; io m'ero invaghito spesso di un bel fondoschiena o di un paio d'occhi, ma mai di una persona. Evidentemente, stavo maturando. E' così che si cresce; da ragazzino ti interessano solo le tette e i culi. Poi diventi un pò più grandicello e scopri cose come la bellezza interiore e l'affinità spirituale. Poi diventi ancora più grandicello e torni a interessarti solo di tette e di culi, ma questo è un altro discorso.
Di C.D.T adoravo soprattutto il senso dell'umorismo; cioé, adoravo che avesse un senso dell'umorismo. Non vorrei passare per misogino, ma l'esperienza diretta mi dice che, salvo felici eccezioni, il sense of humour è una caratteristica propria delle ragazze molto giovani almeno quanto la leggiadria lo è dei rinoceronti. In parecchie occasioni ho dolorosamente sperimentato che le pulzelle sotto i 25 sono spesso insensibili a spirito e spiritosaggini; ma C.D.T., in barba ai suoi diciannove anni ancora da compiere, coglieva e apprezzava ogni finezza satirica. Una ragione sufficiente perché io desiderassi di farne la madre dei miei figli, che nello specifico mi prefiguravo come tanti bei giraffini.
Insomma, non so se s'è capito, ma questa C.D.T. mi piaceva parecchio.
Restava da stabilire se io piacevo a lei.
Avevo l'impressione che, almeno in parte, i miei soavi sentimenti fossero ricambiati, ma com'è ovvio non potevo esserne sicuro fino alla fatidica prova del nove; ossia, finché non ci avessi provato.
Questa cosa del provarci è sempre stata il mio tallone d'Achille. Non riesco mai a capire qual è il momento giusto, ho sempre paura di essere poco tempista, mi crogiolo nei bovarismi per non passare all'azione, sono un tipo poco volitivo, poco deciso, poco determinato; in una parola, uno sfigato. Perciò la vacanza trascorse, tra notti passate in spiaggia e cocktail con l'ombrellino, senza che io trovassi l'istante adatto - e non parliamo del coraggio - per avventarmi su C.D.T. e dichiararle il mio folle amore. Ma la disperazione trasforma le pecore in leoni; l'ultimo giorno di ferie, in vista del novantesimo minuto di quella partita del cuore, decisi che avrei sfoderato tutto il mio ardimento. Quella sera, a qualsiasi costo, mi sarei lasciato alle spalle i panni di innocua mascotte per partire alla carica di C.D.T., e neanche Dio avrebbe potuto fermarmi.
Col senno di poi, credo che Dio mi abbia sentito. E non abbia gradito.
4 - Polifemo
Io in Dio ci credo. Ci dev'essere una forza superiore, magari sadicamente malvagia, che regola il Cosmo; altrimenti non si spiega la precisione sistematica con la quale, ogni volta che incontro una potenziale Donna della Mia Vita, lei è 1) residente in qualche posto lontanissimo oppure 2) già fidanzata oppure 3) entrambe le cose. Quando la lei di turno non è né geograficamente irraggiungibile né fidanzata, poi, il Padreterno si sbizzarisce: un modo per separarci lo trova sempre. A volte, come vedrete, ci va giù piuttosto pesante.
Era il mattino del mio ultimo giorno di ferie di quell'agosto del 2000. In attesa del cimento che mi si prospettava in serata, roba da far impallidire tutte e dodici le fatiche d'Ercole, avevo deciso di tranquillizzarmi mediante alcune antiche tecniche di rilassamento yoga note a me e a pochi altri asceti; in pratica, ronfavo della grossa su un lettino pieghevole, in spiaggia.
Ora, dovete sapere che tra gli ospiti fissi del Gargano c'è il dio Eolo; da quelle parti spira sempre, trecentosessantacinque dì all'anno, un ventaccio terribile che, se è vitale per mitigare la calura estiva, rischia però di causare sgradevoli incidenti. Quel giorno lo zio Eolo soffiava con particolare vigore; ergo, onde evitare pericolosi svolazzamenti, tutti gli ombrelloni della spiaggia erano chiusi.
Tutti tranne uno, e se siete svegli avete capito quale.
Però, attenzione, io non sono il primo degli sprovveduti; al massimo sono il secondo o il terzo. Avevo sì lasciato aperto l'ombrellone, ma avevo anche provveduto a zavorrarlo con un sacchetto pieno di mercanzia che, fissato a una delle stecche, dissuadesse il parasole dall'intraprendere la carriera dell'aquilone.
Sarebbe stata una buona idea, se non avessi commesso la leggerezza di zavorrare l'ombrellone da un solo lato.
Mentre me la dormivo della grossa, una folata sollevò l'ombrellone staccandolo dal suo sostegno. In assenza di zavorre, sarebbe semplicemente volato via; ma poiché, mannaggia, la mia zavorra c'era, l'ombrellone rimase per un attimo lì, in bilico, indeciso tra i doveri della gravità e le lusinghe della vita aerea. Infine scelse la via della rivolta, e come gesto dimostrativo mi colpì all'occhio destro con l'estremità inferiore.
Una mazzata tremenda. Un risveglio piuttosto brusco, specie se consideriamo che stavo sognando di pomiciare con C.D.T.
Mi alzai a sedere: sanguinavo come una comparsa di Hellraiser. L'intera spiaggia, con encomiabile altruismo, accorse in mio aiuto. Si invocò l'intervento di un medico; se ne presentarono sei, uno dei quali precisò la propria qualifica di patologo. Mi tastai discretamente i testicoli.
Qualcuno chiamò un'ambulanza, che però - ah, l'Italia - tardò a sopraggiungere. Allora un bagnino mi caricò sulla sua auto, e insieme puntammo verso l'adiacente Peschici, località sede di un rinomato - si fa per dire - Pronto Soccorso. Sulla strada ci imbattemmo nella tanto attesa ambulanza; bagnino e portantini si misero a discutere su chi avesse il diritto di scortarmi fino a destinazione. Li richiamai all'ordine ricordando loro che stavo grondando plasma come un rubinetto per vampiri, e forse era il caso di rimandare i dibattiti a suture compiute.
Per la cronaca, la spuntò l'ambulanza. A bordo del candido automezzo raggiunsi il Pronto Soccorso, che non somigliava affatto a quello di E.R.; ricordava, piuttosto, il negozio di un pescivendolo. A onor del vero, tuttavia, devo ammettere che il George Clooney locale mi ricucì con apprezzabile maestria. Nella sfortuna, ero stato fortunato: se l'ombrellone assassino mi avesse colpito un millimetro più in basso, per il resto della mia esistenza sarei stato costretto ad adottare un look alla Capitan Harlock.
Oggi di quella brutta avventura mi rimane solo una cicatrice invisibile; peccato, perché le cicatrici piacciono alle ragazze, come dice Keanu Reeves in un certo film. Ma sul momento le ripercussioni estetiche furono clamorose; sembravo uno che ha litigato con Ivan Drago. In più, quando il dottore mi propose un'iniezione antitetanica per scongiurare eventuali infezioni, ebbi un principio di svenimento e abbisognai di ulteriori soccorsi; gli aghi non mi sono simpatici.
Questo dramma a sfondo balneare, malgrado il relativo lieto fine - in capo a due settimane sarei tornato bello come prima, cioè non molto - ebbe alcune tristi conseguenze collaterali. Sorvolando sul fatto che da allora mi trasformo in un ombrellone mannaro a ogni Ferragosto, il danno più grave causato da quell'incidente consistette nello sconvolgimento dei miei piani amorosi: quella sera, riverso nel mio letto di dolore, non potei dichiararmi a C.D.T. come avevo progettato. E comunque non sarebbe stato facile assumere il tono del romanticone, con una faccia ridotta tipo Fantasma dell'Opera. Quindi, non se ne fece nulla: il mattino dopo ognuno ripartì per tornare a casa propria, e non rividi mai più C.D.T.
...
...ci avete creduto, eh?
Oh, che sciocco, forse ho dimenticato di sottolineare che C.D.T. era di Milano, come me!
M'era sfuggita sotto il solleone, ma avrei avuto altre mille occasioni di acchiapparla tra le ombre autunnali. L'appuntamento con la futura madre dei miei giraffi era solo rimandato.
Io, almeno, ci speravo. In fondo si dice che l'amore vince su tutto, no?
To be continued.
di Dottor D. at 02:54:23
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09/07/2003
Il Dottor D. Contro il Mostro della Laguna Blu
Continua la narrazione delle mie vicende sentimentali più orrorifiche. Avete presente quei film degli anni '50 nei quali mostri di gomma, dalle schiene adorne di incongrue cerniere, rapivano regolarmente bellezze mozzafiato in bikini, non si sa a quale scopo? Spostate l'ambientazione da una fetida palude a una Laguna Blu degna di Brooke Shields, sostituite il tizio in costume da mostro con un vero, autentico, lovecraftiano essere degli abissi e avrete una vaga idea di quel che state per leggere.Lo confesso, è una storia nella quale le donne c'entrano solo tangenzialmente; ma serve a introdurre luoghi e panorami che in seguito, vedrete, assumeranno un rilievo notevole su queste pagine.
Dal 1996 all'anno scorso sono stato in vacanza nello stesso posto, ossia sulle spiagge dorate del Gargano, in Puglia. Nel 1997 capitò che, durante la mia annuale villeggiatura in loco, io mi invaghissi di una bella ragazza napoletana.
Che fosse napoletana l'avevo dedotto dall'accento, perché in realtà non avevo mai trovato il coraggio di abbordarla. Una sera, verso le sette, stavo passeggiando sulla spiaggia con una mia amica, quando scorsi l'avvenente partenopea che si immergeva in mare tutta sola; siccome anch'io, malgrado le apparenze, sono animato da istinti predatori come gli altri maschietti, decisi di sfruttare la ghiotta occasione. Mi infilai nell'acqua e, mentre nella mia testa risuonava il refrain de Lo Squalo, puntai dritto verso la fanciulla campana. Ma a dieci metri scarsi dall'obiettivo la Natura matrigna di leopardiana memoria ci mise lo zampino; anzi, la pinna.
Sapete cos'è la tracina? E' un piccolo figlio di scorfana che vive sui fondali marini, un pescetto lungo pochi centimetri con una pinnuccia irta di micidiali aculei sul dorso. L'orrida bestia, più nota come pesceragno, è solita infossarsi sotto la sabbia del fondo e colpire alla pianta del piede i malaugurati che hanno la sfortuna di calpestarla, iniettando loro una modica quantità di veleno. Tale iniezione, letale per gli animali di taglia modesta, non è comunque piacevole neanche per noi grossi primati; è cagione di fitte acutissime e durature, non dissimili da quelle che accompagnano un attacco di crampi.
Ora, bisogna premettere che mio padre, nel corso della sua vita, è stato colpito per ben tre volte dalla tracina, volgarmente detta pesceragno. Quand'ero bambino ricordo che si era addirittura spinto a entrare in mare indossando apposite scarpette protettive di gomma: tale era il suo terrore nei confronti dei terribili pesciolini. Ebbene, ci dev'essere una maledizione ittica che perseguita la nostra famiglia, perché anch'io, mentre caricavo lancia in resta la bella napoletana, fui punto da un pesceragno.
Dimenticai istantaneamente i miei intenti erotico - sentimentali e schizzai fuori dall'acqua, attribuendo ad alta voce caratteristiche suine a Nostro Signore (non so se mi spiego). Tra gli sguardi interrogativi della mia amica, che era rimasta all'asciutto e non aveva capito cosa stesse succedendo, cominciai a ficcare nella sabbia il piede ferito. Mi avevano detto, infatti, che per annullare l'effetto del veleno bisogna infilare la parte del corpo urticata nella sabbia; ma non avevano precisato che la sabbia dev'essere bollente. A quell'ora la spiaggia era gelida, perciò continuai per almeno un quarto d'ora a sottopormi a quelle inutili sabbiature, mentre il dolore mi dilaniava, le più orride bestemmie mi risalivano lungo la gola e la mia amica, quella deficiente, sghignazzava convinta che scherzassi.
Dopo quindici minuti di supplizio mi decisi a raggiungere il Pronto Soccorso locale, dove mi accolse un eroico medico che fu capace soltanto di constatare la fine del proprio orario di lavoro; quindi se ne andò e mi abbandonò al mio destino. Per fortuna - ammesso che in questa vicenda si possa parlare di fortuna - l'effetto del veleno decadde da solo di lì a poco. In ogni caso non vidi mai più la ragazza napoletana. E questa è l'esperienza più erotica che mi sia mai capitata in vacanza.
Per la cronaca, l'anno dopo fui punto ancora dal pesceragno, ma a mezzogiorno, perciò la sabbia calda mi aiutò a lenire il dolore. Sono comunque convinto che il pesceragno che ha beccato me e mio padre sia sempre lo stesso: una specie di Moby Dick in miniatura che perseguita la nostra stirpe. Avvertirò i miei figli del pericolo, ammesso che, malgrado la cronica scalogna, io riesca a trovare moglie e a riprodurmi.
di Dottor D. at 16:21:14
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07/07/2003
Il Dottor D. Contro la Donna Serpente
Com'è che, raccontando i miei trascorsi col genere femminile, il discorso assume spesso una venatura vagamente horror? A pensarci bene, è meno strano di quel che potrebbe sembrare...Dopo il gotico urbano di La Ragazza di Belzebube, oggi ci occuperemo di una vicenda a base di orribili e cronenberghiane metamorfosi fisiche. Parleremo di creature dalla doppia natura, umana e rettile insieme - mi riferisco ovviamente alle donne - e di altre creature che di umano non hanno proprio niente, cioè i teenager.
Saltate sulla macchina del tempo: dobbiamo tornare indietro di dieci anni, quando il Dottor D. non era ancora un dottore ma solo un ragazzino inesperto, mentre oggi è notoriamente un adulto inesperto.
Il più grande amore della mia vita si è consumato quando ero al liceo.
Ho scritto "si è consumato"? Sbagliato, sbagliatissimo: non si è consumato affatto, dal momento che si trattava di un amore unilaterale. L'oggetto dei miei desideri frustrati era una mia compagna di classe, che per motivi di privacy chiameremo C. B.; una fanciulla dall'avvenenza non comune. Non che fosse perfetta: brutte gambe - ma chi se ne frega delle gambe! - e un viso più particolare che bello - e chi se ne frega del viso! In compenso poteva contare su, ehm, una terza misura a dir poco scultorea, su un incredibile vitino da vespa e, soprattutto, su uno spettacolari terga da statua greca. Inoltre, benché non fosse proprio una cima - ma chi se ne frega del cervello! - nè una ragazza particolarmente affascinante - e chi se ne frega del fascino! - C. B. aveva quel minimo sindacale di malizia del quale viene dotata ogni donna alla nascita; pertanto provvedeva sempre a indossare jeans epidermici e magliettine di due taglie più strette del dovuto, oppure vestitini corti con scollature abissali.
Insomma, era roba da vietare ai cardiopatici.
Va da sè che tutti gli studenti maschi e eterosessuali della scuola - ce n'erano pochi di entrambe le categorie, era un liceo classico - versavano ettolitri di saliva al passaggio di C. B., e anche alcuni professori non erano affatto insensibili alle sue prominenti attrattive. Ma il presidente del fan club di C. B., modestia a parte, ero io.
Dire che per tre anni le sono andato dietro sarebbe impreciso e riduttivo; per tre anni, piuttosto, l'ho adorata e servita con devozione. Lei, che non si filava troppo neanche i ragazzi più cool della scuola, considerava a malapena l'esistenza di uno sfigato da competizione come me. Si degnava di sillabare il mio nome per un solo motivo: le ero utile. Io, siccome sono un pò scemo, consideravo un onore pagarle la merenda al bar tutti i giorni, e ritenevo che fosse un'attività ad alto voltaggio erotico dettarle quotidianamente i compiti per telefono. In fondo al cuore - e a un altro organo che non cito per decenza - ero convinto che prima o poi la stupenda C. B. avrebbe ricambiato la mia dedizione. In natura.
Non avevo tutti i torti.
Fine del liceo, si avvicinano gli esami di maturità: C. B. viene a studiare a casa mia tutti i pomeriggi. Insofferente all'immobilità, durante i ripassi la ragazza si siede per terra, si sdraia, cambia posizione di continuo, consentendomi di ammirarla da ogni latitudine. Concentrarmi sui testi mi risulta comprensibilmente difficile. Ridefinisco il concetto di "lavorare duro".
Ad un tratto, tra un canto di Dante e l'altro, le ricercatissime labbra della fanciulla compongono una frase che minaccia l'integrità delle mie coronarie: "Fammi un massaggio."
"Finalmente!" penso, mentre un'orchestra di centodue elementi attacca con l'Inno alla Gioia di Beethoven dentro la mia testa. Dopo tre interminabili anni di attese, speranze e voyeurismo nelle ore di ginnastica, sto per entrare in contatto fisico con la regina dei miei sogni notturni. E che contatto: un massaggio, il primo gradino nella scala dell'intimità più torrida. In fase di sullucchero ascendente, pregusto quel tastamento che immagino paradisiaco. Sotto le mie incredule pupille C. B. si scopre le spalle e me le offre: qualche secondo di stretching ai polpastrelli per ottimizzare la prestazione e via, mi butto a capofitto su quelle carni tanto bramate. Ma la delusione, tanto per cambiare, è in agguato.
C. B., appassionata di escursionismo, ha appena trascorso un weekend in montagna dove si è abbrustolita al sole come una salsiccia sul fuoco. La pelle, che ha già cominciato a desquamarsi, cede sotto la pressione delle mie dita e si stacca a pezzi, tipo serpente durante la muta: il tasteggiamento che ho aspettato per un triennio finisce col suscitarmi solo ribrezzo. In quel preciso istante l'incantesimo si spezza, C. B. perde ogni ascendente su di me e io vengo proiettato di forza fuori dall'adolescenza.
Mi capita ancora di incontrare per strada C. B., che vive qui nei paraggi. E' fidanzata con un ingegnere, lavora come cameriera, sta per laurearsi ed è più bella adesso di quando aveva diciannove anni. Ma ogni volta che la rivedo non posso fare a meno di pensare al serpente che cambia la pelle, e rabbrividisco.
di Dottor D. at 16:01:02
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